Poesia
Quando si affronta il tema dell’Arte Astratta nel panorama artistico di oggi è facile far arricciare il naso. Non lo storcono più solo i profani, quelli che in visita a una Galleria che espone dei Picasso o dei Mirò, ti dicono: “Dammi un pennello e te lo faccio anch’io”. Lo storce anche chi inizia a chiedersi se il vuoto estetico, che spesso non è più suffragato da nulla di intrigante e curioso neppure dal punto di vista concettuale, abbia un senso e soprattutto se sia arte.
E’ un’esigenza di mercato?
E’ lo specchio dei tempi?
Non c’è una risposta univoca, se non il sottile disagio che serpeggia anche fra gli addetti ai lavori.
Tuttavia, l’Astrattismo nasce in tutt’altro modo e con un’impronta molto più forte ed emozionale di quella che lo caratterizza oggi. Siamo nella Monaco di inizio Novecento, in una Germania ricca di fermento culturale e talmente incline alla rottura degli schemi, da portare gli artisti a creare nuovi movimenti e manifesti con una velocità vorticosa.
Non si è ancora spenta l’eco della Secessione Monacense, e già avviene una “secessione” ulteriore, una critica forte ai precedenti artisti di rottura che vengono considerati già vecchi e borghesi, per il solo fatto di approvare e stimare gli Impressionisti francesi.
Ecco che si creerà la Nuova Associazione di artisti monacansi in cui spiccano già, accanto ai nomi di Jawlenskij, Kubin, Gabriele Münter, quelli di
Kandinskij e Franz Marc, che fonderanno il gruppo del Cavaliere Azzurro (Blaue Reiter), nel 1911.
Vassily Kandinskij, questo russo del 1866, che vive nel fermento della capitale Bavarese, tranne i brevi soggiorni in patria e gli anni maturi della sua carriera a Parigi, è la figura più importante, poliedrica e suggestiva, nell’ambito dell’Astrattismo. Sue sono le prime teorie e sue le trasposizioni su tela dell’armonia dell’anima e degli impulsi spirituali che vengono resi con dei colori forti, con delle linee decise, con un equilibrio
estetico sbalorditivo.
Lo notiamo perfettamente in “Improvvisazione XIV” che oggi si trova al Centre Pompidou di Parigi e che è del 1910.
Sono anni ancora acerbi per uno studio così approfondito e sistematico, ma Kandinskij lo affronta con una capacità fuori dal comune. Come abbiamo detto, negli anni prima della guerra, le sue teorie verranno condivise dagli altri membri del Cavaliere Azzurro, fra cui, accanto a Marc, appaiono Jawlenskij, Kubin, Macke e Paul Klee. Tutti danno un’ importanza cruciale al colore, che viene influenzato dai cromatismi accesi dell’
Espressionismo francese e tedesco, ma ciascuno offre a modo suo un’interpretazione del mondo circostante basata sull’interiorità.
Si passa dalla giocosa e infantile visione di Franz Marc, che ne “I grandi cavalli azzurri” richiama quasi l’innocenza della pittura rupestre e primitiva, ai paesaggi onirici di August Macke di cui “La tempesta”, del 1911, è un esempio lampante ed esaustivo. Il mondo di Klee è obiettivamente un po’ più distante da quello degli altri. La personalità dell’artista ne fa un’icona al pari forse solo di Kandinskij. La sua capacità di alternare la fantasia bambinesca alla malizia tipica degli adulti, in un insieme allo stesso tempo allusivo e inquietante, lo porta già molto più avanti rispetto all’iniziale spinta propulsiva dell’Astrattismo monacense.
Un esempio per tutti è “Analisi delle diverse perversità” del 1922.
Con Paul Klee siamo già nell’ambito dell’arte che si fa mistero, in cui la parte concettuale sovrasta e prevarica il gesto pittorico, in cui il surreale
fa la sua timida comparsa. Siamo insomma di fronte ad un mondo nuovo, i cui esordi rimangono comunque, a mio modo di vedere, uno dei punti più alti dell’intera avventura dell’Astrattismo del Novecento.




















