Tra volute e racemi, filamenti lunghi che stremano il pennello fino a farlo esaurire sopra corpi già estenuati da nomi impossibili, Parche, Circe, Didone, Simona Bramati impone il suo rapporto chiarissimo con la pittura. Non cerca, non trova, sa quel che vuole dalla tecnica imparata e interrogata con la pazienza di un artigiano. Le si fronteggiano due mondi, quello antico dei miti e quello contemporaneo, della ferita e dell’incerto.
Simona Bramati è capace di dosare, di dosare sapientemente la sua tecnica, tra l’attrazione del nume – sia un nome o un ruolo – e la sua caparbia volontà di dare alla sua pittura anche un valore “sociale”, come si dice oggi.
Donne e soltanto donne, oppure angeli. Batte il rintocco aulico di una tradizione studiata e importante, battono i riferimenti di una ragazza che sembra tenere sul comodino immagini simboliste di chi per primo aprì il mistero della femminilità, strega o madre, nascita o morte, e le dette una forma in pittura. leggi tutto

























